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notizia dall'estero casalingo
Pigi battista e il fintotontismo
post pubblicato in politica, il 20 settembre 2011


Il giornalista paventa sul corriere della sera di oggi la delazione organizzata dal sito listaouting.wordpress (http://listaouting.wordpress.com/2011/09/15/outinglist-23-settembre-ore-10-00/#entry) attraverso cui si svelerebbero i nomi di un po' di politici omosessuali.
Innanzitutto non dice, come invece dice il post di lostaouting, che saranno menzionati solo quelli che offendono con parole e azioni la comunità gay. In secondo luogo definisce tribale la fissazione per la trasparenza, non spiegando che la trasparenza per un personaggio pubblico o per un eletto a una carica pubblica non è una scelta.
Chi decide di chiedere ai suoi simili un obolo di fiducia deve sapere (che, poverino, nessuno gliele spiega mai queste cose prima) che dovrà contraccambiare rispondendo sempre in modo assolutamente esaustivo su ogni domanda o perplessità di chi gli ha accordato la propria fiducia.
Ormai, caro pigi, è finita l'ora del "privato" per chi chiede soldi o potere alla cittadinanza. E se gli omosessuali ritengono di avere questo problema coi loro governanti (che è facile prendere i voti dai froci e poi fottersene di loro) facciano giustizia come meglio credono e che buon pro gli faccia.
Speriamo così che il prossimo che decide di candidarsi ci pensi ben bene prima di raccontare balle per la poltrona!
il finto commercio globale
post pubblicato in cultura, il 26 agosto 2011


incredibile che arrivati al 2011 e con tutte le minchiate sul commercio globale, io non possa scaricare una colonna sonora di bacalov col mio account itunes italiano!
Quando c'è da spargere sangue in nome della libertà
post pubblicato in politica, il 24 agosto 2011


1945: Italia, Germania, Francia.
Oggi: Iraq, Afghanistan, Libia.
Quando c'è da spargere sangue in nome della libertà gli americani ci sono sempre.
Se poi Gheddafi minaccia di vuotare il sacco...
La Chiesa Cattolica paghi le sue intromissioni
post pubblicato in cultura, il 23 agosto 2011


La questione che oggi va di moda è quella della chiesa (e non il Vaticano) che deve pagarci la manovra finanziaria.

Molto si è detto sia pro che contro. Ma non l'unica argomentazione valida: la chiesa influenza costantemente le nostre elezioni (partiti d'ispirazione cattolica o vari intrallazzi), la nostra legge e la nostra giurisprudenza (vedi casi come eutanasia o fecondazione artificiale o staminali). Sostanzialmente ostacola la nostra evoluzione.

Questo costa! Se rompi le scatole dalla mattina alla sera, qualcosa la devi pur dare.
Lo stupro di Capodanno
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2010


Il caso dello stupro di Capodanno sembra essere ormai in dirittura d’arrivo. Nei giorni scorsi le cronache nazionali e romane in particolare hanno seguito con interesse quasi morboso la storia del presunto stupro accaduto il giorno di Capodanno nel castello Costaguti, di proprietà della famiglia Afan de Rivera Costaguti.
Le dinamiche sono ormai quasi del tutto chiare alla squadra mobile: il 31 dicembre erano in corso al castello due feste, quella di Costaguti padre e quella di Costaguti figlio, Giovangiorgio. È alla festa di quest’ultimo che è accaduto il fatto. La lista degli invitati era già stata definita quando la ragazza, che le cronache chiamano “Daniela”, si è aggregata all’ultimo momento. La serata si svolge come ci si può immaginare la festa di Capodanno in un castello vicino Roma (Roccalvecce, per la precisione, nel comune di Viterbo) a cui partecipino un centinaio circa di ragazzi appartenenti a famiglie importanti o ricche. Tra l’altro, a quanto dicono le persone che erano presenti, senza particolari eccessi: niente droga, niente sesso, solo alcol, come è normale a fine anno. La ragazza, esausta, viene accompagnata dall’amica che l’aveva portata con sé alla festa in una delle stanze del castello riservate agli ospiti di Giovangiorgio Costaguti e lì cade nel sonno.
A questo punto accade il fatto: all’incirca un’ora dopo un ragazzo entra nella stanza. Si tratta del figlio di un noto professionista romano che abita a poca distanza dalla ragazza, in zona Farnesina a Roma, ma con cui a malapena si conoscono. Il ragazzo sostiene solo di essersi sdraiato accanto a lei e di aver provato a sedurla, ma visto che lei dormiva – presumibilmente ubriaca – ha lasciato perdere.
Daniela, invece, alle cinque del mattino, si è alzata urlando. All’amica che era arrivata a soccorrerla ha detto di aver avuto un incubo, che le sembrava di aver sognato che qualcuno la stava violentando. Ma quando vengono scoperte le macchie di liquido seminale, l’incubo inizia ad assumere contorni più netti.
Daniela si fa accompagnare a casa, non parla con nessuno, e solo la mattina del 2 gennaio va all´ospedale Sant´Andrea per timore di aver contratto una malattia o di rimanere incinta. Le vengono fatti dei test e il fatto viene segnalato al commissariato Flaminio Nuovo. Da lì in poi se ne occuperà la squadra mobile.
La ventiquattrenne viene convocata ma all´inizio non è molto collaborativa. «Me la vedo da sola» pare abbia affermato, spiazzando gli investigatori. Col passare dei giorni le cose cambiano e quando il caso diventa di competenza delle forze dell’ordine di Viterbo, la ragazza inizia ad aprirsi un po’ di più.
Il 9 gennaio, il ragazzo, accompagnato dal suo avvocato, si è presentato al pm che si occupa della faccenda e ha ammesso quanto detto: dice di essersi sdraiato di fianco a lei, ma nulla di più.
A questo punto bisognerebbe sapere a chi appartengono i liquidi biologici rinvenuti dai medici. Ma soprattutto bisognerebbe capire cosa intendeva la ragazza con quel “me la vedo da sola”. E, ancor più importante, ci sarebbe da chiedersi cosa stia aspettando Daniela a sporgere denuncia o querela nei confronti del ragazzo, visto che tra sei mesi l’intera faccenda sarà archiviata su richiesta del pm.


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permalink | inviato da Antonio Romano il 16/1/2010 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Cap. 1, par. 1
post pubblicato in cultura, il 10 gennaio 2010


“La convivenza”
Cosa vuol dire convivere da fuorisede?
La vita dello studente fuorisede ha poco o niente a che vedere con la vita dello studente stanziale e il motivo è presto detto: sostanzialmente la loro vita è articolata in modo completamente diverso.
Ma non si può tracciare una linea troppo netta, perché i termini delle definizioni spesso bisogna saperli interpretare. Ci sono ragazzi che, pur risiedendo nella stessa ragione, magari a trentacinque chilometri di distanza dall’ateneo, decidono di arrangiarsi in una città diversa e di non fare i pendolari. Escluderli dal gruppo dei fuorisede sarebbe ingiusto, perché hanno gli stessi problemi e la stessa necessità d’inserirsi in un nuovo contesto sociale, ma per la maggior parte delle statiche praticamente non esistono visto che risultano “in sede”. Ma anche per questo è difficile definire il fuorisede, perché si può essere “in sede” ma non stanziale oppure essere ufficialmente “fuori sede” senza essere fuorisede.
Nella vita del fuorisede si affollano una serie di necessità che a un non fuorisede sono sconosciute, necessità che diventano presto questione di vita o di morte, come per esempio la convivenza.

Internet è piena di suggerimenti e decaloghi per la pacifica convivenza, segno che non si tratta di un tema da poco e che prima o poi tutti i fuorisede ci hanno fatto i conti. Non si tratta solo di adattarsi a un palazzo di gente nuova in una città diversa e non si tratta solo di rispettare dei turni di pulizia o di spesa coi propri coinquilini: la convivenza coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita.
Lo stanziale non ha nemmeno idea, vivendo a casa con una mamma che in qualche modo si occupa di lui, a che livelli di disordine possa arrivare una casa studentesca. Tendenzialmente, a un certo punto della propria esperienza, il fuorisede inizia a porsi quesiti filosofici come “Che senso ha pulire?”, “Ma perché dovrei mettere in ordine?” e simili. In questo modo, lentamente, la casa inizia ad assomigliare a una discarica, in cui si affollano chitarre e bong, bottiglie di memorabili bevute e vinili, scampoli di libri da studiare e luci stroboscopiche per usi irripetibili.
A un certo punto, però, i coinquilini (a meno che anche loro non siano dei filosofi in cerca di un buon motivo per ramazzare) iniziano a manifestare una cerca avversione per la collezione di muffe che va creandosi in anticamera e allora fissano delle regole.
Queste regole possono essere tacite oppure programmatiche. Di solito, quando i coinquilini sono tanti (e ci sono appartamenti anche con una decina di studenti in affitto), si ricorre a uno “schema delle pulizie”, una sorta di tabella di marcia dell’igiene coi turni di pulizia degli spazi comuni. Diciamo pure che questa, fra le possibili soluzioni, è la meno morbida e sicuramente la più pericolosa, perché non ci sarà niente di più facile che trasgredire alle regole, facendo scoppiare una guerra intestina che potrebbe portare a scenari simili a quelli del film “La guerra dei Roses”.
Abbiamo parlato di spazi comuni. Lo spazio comune è per definizione la cucina, l’anticamera (se ce n’è uno), il bagno (se non è in camera) e tutte le altre parti della casa che, non essendo in affitto esclusivo, si prestano all’uso da parte della collettività. Uno stanziale, che forse litiga con un fratello o una sorella per la primazia del bagno la mattina, non può nemmeno immaginare cosa significhi avere un frigo diviso in ripiani e che razza di tortura sia dimenticarsi di fare la spesa e patire la fame mentre si guarda il proprio ripiano vuoto e quelli pieni degli altri coinquilini.
Inutile parlare della televisione nelle zone condivise: non basta arrivare prima, perché a un certo punto qualcuno dirà “Me la fai guardare un po’, visto che ci sei davanti da stamattina?” e ci saranno nuove controversie e battibecchi fino a che uno dei due non si darà per vinto. Idem per la lavatrice, che spesso rimane ingombra dei panni di qualcun altro per giorni.
Tutti concorderemo che vivere così è impossibile e, allora, bisognerà armarsi di pazienza e tolleranza e cercare sempre di mediare, al solo scopo di sopravvivere. Anche se a volte è molto molto difficile farlo.
A poco a poco, però, se si è fortunati, i coinquilini si trasformeranno in una sorta di famiglia allargata in cui vivere riparati e felici.
Ogni fuorisede, a meno che non si sia subito dato una regolata, vedrà il proprio bioritmo inesorabilmente sfaldarsi e diventare simile a quello di nonno Simpson: attacchi di narcolessia in pieno giorno e insonnia da curare con psicofarmaci la notte. Ma se avete la fortuna di vivere con altre persone, molto probabilmente questa condizione non vi peserà, perché anche alle cinque del mattino troverete qualcuno in cucina a mangiare le mozzarelline del supermercato (quelle che stanno nei pacchi pieni di acqua biancastra che nemmeno ha l’odore del latte) con maionese e nutella e potrete ammazzare con lui l’insonnia in attesa di una nuova alba che vi vedrà andare a letto invece che andare a lezione.
Una “famiglia fuorisede”, inoltre, ha un vantaggio economico. Sempre ammettendo che viga pace e concordia, tutti i coinquilini verseranno una quota fissa a inizio mese e insieme acquisteranno tutti i generi alimentari che occorreranno. Comprando per un gruppo si risparmia sempre, perché si va al supermercato e si riempie il carrello con qualunque cosa capiti per le mani. Una porzione monodose di qualcosa costa sempre di più, perché la nostra economia consumistica preferisce vendere grandi quantità di merce e per farlo abbassa i prezzi per i formati-famiglia. In questo modo, nella piena concordia della casa, potrete togliervi tutti gli sfizi che altrimenti non potreste soddisfare. Anche perché non ce nulla di più triste di un frigorifero pieno di roba etichettata con nome e cognome.
Un tema della convivenza che non si può non esaminare riguarda la discrezione.
Finché parliamo di ripiani di frigorifero e stanze da pulire, una regola la si può dare, ma nel momento in cui parliamo di non rompere le scatole la musica cambia.
Una porta chiusa è una porta chiusa. Lo studente stanziale o deve avere dei familiari particolarmente invadenti o altrimenti non può rendersi conto dell'importanza di questa regola. Entrare in uno spazio privato è assolutamente vietato e anche se può sembrare una cosa molto egoistica, basta praticarla per rendersi conto di quant'è piacevole: quando sei fuorisede non c'è nessuna mamma che pulendo ti sposta le cose in modo da non fartele trovare mai più, quindi sei libero di avere il tuo ordine, quell'ordine meraviglioso in cui solo noi ci ritroviamo. Per preservare la propria e l'altrui privacy è sufficiente bussare alle stanze dei coinquilini, non prendere le loro cose senza permesso o almeno senza un'ottima ragione, evitare di sparare lo stereo nel cuore della notte, cercare di non esagerare col numero e la frequenza degli ospiti, non accendere la tv alle sette del mattino col tg a tutto volume... insomma, normalissime regole che un fuorisede, se vuole sopravvivere, deve imparare in meno di un nanosecondo.
Regole che poi, a lungo andare, condizioneranno in vario modo il suo stesso modo di interagire con gli altri. Tornerà a casa e scoprirà che, quel controllo genitoriale che poco tempo prima non gli pesava troppo, adesso gli sembra una cantilena insopportabile, un’invadenza peggiore di quella dei secondini su un carcerato.

Ma qual’è il vero risultato della convivenza? Quali sono gli effetti più significativi che comporta vivere con altre persone che non sono i tuoi parenti?
È evidente che non si tratta solo di imparare a rispettare delle regole o di iniziare ad apprezzare l’indipendenza che ti dà la libertà, il cambiamento riguarda il modo stesso che una persona può avere di guardare al proprio rapporto con gli altri e con gli oggetti. Se al momento della partenza da casa un ragazzo non ha ancora definito che ruolo hanno le cose nella sua vita (quanto sei geloso della tua roba? Vivi attorniandoti di oggetti? Sono oggetti utili o inutili? Sai prendertene cura? Sai tenerli in ordine? Etc.), allora la convivenza può giocare un ruolo fondamentale nell’acquisizione di una mentalità.
Arrivi in una casa in cui vivi con altre quattro persone. La prima cosa che fai è spandere la tua roba nella tua camera. Sempre ammesso che tu non debba condividere la stanza con un altra persone, rimaniamo all’ipotesi della stanza e del bagno personale: in questo caso puoi disporre la roba come meglio preferisci, ma ben presto ti renderai conto che devi scegliere fra te e le tue cose. Una stanza non è abbastanza grande per contenerle tutte (a meno che tu non abbia già fatto una scelta di vita e, come i monaci tibetani, non abbia deciso di possedere solo sette oggetti), per cui dovrai iniziare a farle uscire dalla tua stanza. Qui si tratta di fiducia: la convivenza sbagliata potrebbe rivelarsi l’esperienza decisiva che ti farà propendere per l’accumulazione di ogni bene terreno.
Se decidi di mettere le tue cose per casa, allora accetti pure che gli altri possano usarle o comunque averci a che fare. Fiducia e condivisione. I cardini dell’esistenza pacifica. Con questo non si vuol dire che ogni fuorisede condivide tutto con tutti, ma solo che le condizioni fisiche in cui di solito ci si trova a vivere smussano molti angoli del nostro carattere. Specialmente se dividi la tua stanza con qualcuno e la casa con tutti gli altri.
Certo, si può vivere soli. Costa un occhio della testa, ma si può. Ma, come molto più probabilmente accadrà, di solito si deve mediare col prossimo anche per buttare l’immondizia o per lavare un bicchiere o per aprire la porta o per pagare una bolletta. In famiglia difficilmente s’impara a mediare come lo s’impara da fuorisede: è sempre un accordo basato sui sentimenti e sull’emotività, perché non puoi mandare la mamma a quel paese o sfrattare tuo fratello o lasciare che tuo padre non ti rinnovi il contratto d’affitto. Da fuorisede si media alla pari, l’emotività è un surplus che può magari aggiungersi col tempo se si diventa amici o nemici, ma di sicuro l’unica dote che serve è la pazienza: se ti tocca uscire con la neve per evitare che quei cattivoni dell’acquedotto vi taglino l’acqua devi farlo, non puoi impietosire nessuno.
Fiducia, pazienza, mediazione. Sarà inevitabile commettere errori, perché tutto il percorso dell’umanità è costellato di errori, ma a ogni errore corrisponde una possibilità di miglioramento. Rimanendo in un’atmosfera ovattata e familiare come quella della casa natia, inevitabilmente, tutto un salutare corredo di sbagli andrebbe perduto e la speranza di diventare persone più aperte e flessibili, capaci di adattarsi e mescolarsi, rimarrebbe una speranza.
Ma perché imparare ad adattarsi e a essere flessibili? La domanda è legittima. Per rispondere devo prima fare un’altra domanda: perché una lingua morta viene definita morta? Viene definita morta non perché sia antica o perché quelli che la parlavano sono morti, viene definita morta perché vive solo nei libri: non può più cambiare, non può più aggiornarsi. E anche se è finita nell’homepage di Facebook rimane una lingua morta.
Imparare ad adattarsi e a essere flessibili significa imparare a cambiare e ad aggiornare le proprie idee, cioè a vivere.


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permalink | inviato da Antonio Romano il 10/1/2010 alle 13:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
un post al vetriolo
post pubblicato in cultura, il 9 giugno 2009


Di cosa ragioniamo? Se una parte politica che visibilmente ha perso percentuali e seggi si ostina a dire che non è una sconfitta solo perchè ha limitato le perdite, è come se il capitano del titanic fosse stato soddisfatto perchè anzichè sfondare la banchina del porto ha cozzato solo contro un iceberg.

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permalink | inviato da Antonio Romano il 9/6/2009 alle 11:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
vicini di casa
post pubblicato in cultura, il 25 maggio 2009


dunque, devo ammettere che io non ho un gran rapporto col mio vicinato: vivo al pian terreno e non sono su un ballatoio, ma nell'androne del palazzo.
però, bisogna riconoscere che i vicini di casa possono, come ogni altra entità umana organizzata, una grande risorsa o la peggiore delle piaghe.
facciamo un breve riassunto della mia esperienza di vicino di casa. i vicini di casa possono essere, generalmente, di quattro tipi:

1. L'IMPICCIONE - per capire l'anima profonda dell'impiccione bisogna tenere ben presente un precetto basilare: tu non conosci l'impiccione, ma lui conosce te. forse non sai nemmeno il suo nome, ma lui conosce il tuo, e sa pure che hai comprato dei calzini nuovi e che nel barattolo del caffè ci tieni l'erba. ha una sua rete d'informatori e il portinaio è il suo ufficiale in seconda. attenti: la principale occupazione dell'impiccione è fare il testimone in tribunale, quindi se avete velleità criminali lasciate perdere, perchè il testimone vi osserva.

2. NED FLANDERS - vi augura buongiorno e buonasera, non gli avete ancora restituito quella pietra ollare che vi aveva prestato tre mesi fa ed è sempre disponibile a tenervi il cane quando partite. Ma, per ragioni mai chiarite dalla scienza, non riuscite a sopportarlo, perchè è sempre maledettamente allegro e sembra non rendersi conto che quando uno ha le palle girate vorrebbe che gli altri non gli sorridessero come una foto della kinder.

3. VIC -

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permalink | inviato da Antonio Romano il 25/5/2009 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Anteprima dal mio nuovo libro NON FIDARTI DI BABBO NATALE
post pubblicato in cultura, il 27 novembre 2008


I

LE SOLITE NOVITÀ

 

31 ottobre, domenica

 

0.

«No, lei sta bene, ma le transaminasi sono alte, la sua laringite è scesa ed è diventata tracheite e quello che le è sembrato un infarto era una volgare indigestione ingigantita dalla gastrite dovuta ai troppi caffè».

Abbozzai, soppesando me stesso nello specchio del gabinetto medico.

Dico sempre che vorrei essere più alto, magari con le spalle un po’ più larghe e la vita un po’ più stretta.

Sbircio la mia cartella: 185 cm. Non è poco, ma non è tanto. Se nelle cartelle cliniche ci fosse pure una descrizione dello sguardo suonerebbe: tenebroso e comico.

 Non mi piace il mio sguardo: non riesco a controllare l’espressione dei miei occhi, sono troppo mobili e mi tradiscono sempre. In ogni occasione vedo il lato ridicolo delle cose e i miei occhi si adeguano, anche se provo a mantenere un certo contegno.

Mi trovo spiovente, un tetto al crepuscolo: probabilmente è la traiettoria dei miei movimenti – sembro un pugile che, invece di colpire, schiva.

Oggi, però, mi piace molto il cappello che ho in testa: tesa larga, deformata come le tasche della mia giacca scamosciata, di colore scuro in contrasto con quello chiaro di quest’ultima.

«Cosa guarda?» mi domanda il medico. Non so bene cosa rispondergli. In effetti nemmeno io so cosa sto guardando. Probabilmente non guardo quello che c’è, ma quello che non c’è: vorrei essere diverso, m’immagino come vorrei essere e non sono. Eppure, anche se non combacio con le mie aspettative, non riesco a non piacermi.

Forse mi piaccio perché sono in contraddizione con quello che vorrei ed a me le contraddizioni piacciono.


Se volete conoscere il resto, venite alla LUISS: 11 dicembre, ore 17.00, nell'Aula Polivalente nella sede di viale Romania.

 


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permalink | inviato da Antonio Romano il 27/11/2008 alle 13:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
E' UN GENIO
post pubblicato in politica, il 9 novembre 2008


La lettera aperta mandata ieri da Cossiga a Manganelli è geniale. Tragicamente è rimasto praticamente solo lui a dire le cose come stanno.


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permalink | inviato da Antonio Romano il 9/11/2008 alle 11:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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