“La convivenza”
Cosa vuol dire convivere da fuorisede?
La vita dello studente fuorisede ha poco o niente a che vedere con la vita dello studente stanziale e il motivo è presto detto: sostanzialmente la loro vita è articolata in modo completamente diverso.
Ma non si può tracciare una linea troppo netta, perché i termini delle definizioni spesso bisogna saperli interpretare. Ci sono ragazzi che, pur risiedendo nella stessa ragione, magari a trentacinque chilometri di distanza dall’ateneo, decidono di arrangiarsi in una città diversa e di non fare i pendolari. Escluderli dal gruppo dei fuorisede sarebbe ingiusto, perché hanno gli stessi problemi e la stessa necessità d’inserirsi in un nuovo contesto sociale, ma per la maggior parte delle statiche praticamente non esistono visto che risultano “in sede”. Ma anche per questo è difficile definire il fuorisede, perché si può essere “in sede” ma non stanziale oppure essere ufficialmente “fuori sede” senza essere fuorisede.
Nella vita del fuorisede si affollano una serie di necessità che a un non fuorisede sono sconosciute, necessità che diventano presto questione di vita o di morte, come per esempio la convivenza.
Internet è piena di suggerimenti e decaloghi per la pacifica convivenza, segno che non si tratta di un tema da poco e che prima o poi tutti i fuorisede ci hanno fatto i conti. Non si tratta solo di adattarsi a un palazzo di gente nuova in una città diversa e non si tratta solo di rispettare dei turni di pulizia o di spesa coi propri coinquilini: la convivenza coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita.
Lo stanziale non ha nemmeno idea, vivendo a casa con una mamma che in qualche modo si occupa di lui, a che livelli di disordine possa arrivare una casa studentesca. Tendenzialmente, a un certo punto della propria esperienza, il fuorisede inizia a porsi quesiti filosofici come “Che senso ha pulire?”, “Ma perché dovrei mettere in ordine?” e simili. In questo modo, lentamente, la casa inizia ad assomigliare a una discarica, in cui si affollano chitarre e bong, bottiglie di memorabili bevute e vinili, scampoli di libri da studiare e luci stroboscopiche per usi irripetibili.
A un certo punto, però, i coinquilini (a meno che anche loro non siano dei filosofi in cerca di un buon motivo per ramazzare) iniziano a manifestare una cerca avversione per la collezione di muffe che va creandosi in anticamera e allora fissano delle regole.
Queste regole possono essere tacite oppure programmatiche. Di solito, quando i coinquilini sono tanti (e ci sono appartamenti anche con una decina di studenti in affitto), si ricorre a uno “schema delle pulizie”, una sorta di tabella di marcia dell’igiene coi turni di pulizia degli spazi comuni. Diciamo pure che questa, fra le possibili soluzioni, è la meno morbida e sicuramente la più pericolosa, perché non ci sarà niente di più facile che trasgredire alle regole, facendo scoppiare una guerra intestina che potrebbe portare a scenari simili a quelli del film “La guerra dei Roses”.
Abbiamo parlato di spazi comuni. Lo spazio comune è per definizione la cucina, l’anticamera (se ce n’è uno), il bagno (se non è in camera) e tutte le altre parti della casa che, non essendo in affitto esclusivo, si prestano all’uso da parte della collettività. Uno stanziale, che forse litiga con un fratello o una sorella per la primazia del bagno la mattina, non può nemmeno immaginare cosa significhi avere un frigo diviso in ripiani e che razza di tortura sia dimenticarsi di fare la spesa e patire la fame mentre si guarda il proprio ripiano vuoto e quelli pieni degli altri coinquilini.
Inutile parlare della televisione nelle zone condivise: non basta arrivare prima, perché a un certo punto qualcuno dirà “Me la fai guardare un po’, visto che ci sei davanti da stamattina?” e ci saranno nuove controversie e battibecchi fino a che uno dei due non si darà per vinto. Idem per la lavatrice, che spesso rimane ingombra dei panni di qualcun altro per giorni.
Tutti concorderemo che vivere così è impossibile e, allora, bisognerà armarsi di pazienza e tolleranza e cercare sempre di mediare, al solo scopo di sopravvivere. Anche se a volte è molto molto difficile farlo.
A poco a poco, però, se si è fortunati, i coinquilini si trasformeranno in una sorta di famiglia allargata in cui vivere riparati e felici.
Ogni fuorisede, a meno che non si sia subito dato una regolata, vedrà il proprio bioritmo inesorabilmente sfaldarsi e diventare simile a quello di nonno Simpson: attacchi di narcolessia in pieno giorno e insonnia da curare con psicofarmaci la notte. Ma se avete la fortuna di vivere con altre persone, molto probabilmente questa condizione non vi peserà, perché anche alle cinque del mattino troverete qualcuno in cucina a mangiare le mozzarelline del supermercato (quelle che stanno nei pacchi pieni di acqua biancastra che nemmeno ha l’odore del latte) con maionese e nutella e potrete ammazzare con lui l’insonnia in attesa di una nuova alba che vi vedrà andare a letto invece che andare a lezione.
Una “famiglia fuorisede”, inoltre, ha un vantaggio economico. Sempre ammettendo che viga pace e concordia, tutti i coinquilini verseranno una quota fissa a inizio mese e insieme acquisteranno tutti i generi alimentari che occorreranno. Comprando per un gruppo si risparmia sempre, perché si va al supermercato e si riempie il carrello con qualunque cosa capiti per le mani. Una porzione monodose di qualcosa costa sempre di più, perché la nostra economia consumistica preferisce vendere grandi quantità di merce e per farlo abbassa i prezzi per i formati-famiglia. In questo modo, nella piena concordia della casa, potrete togliervi tutti gli sfizi che altrimenti non potreste soddisfare. Anche perché non ce nulla di più triste di un frigorifero pieno di roba etichettata con nome e cognome.
Un tema della convivenza che non si può non esaminare riguarda la discrezione.
Finché parliamo di ripiani di frigorifero e stanze da pulire, una regola la si può dare, ma nel momento in cui parliamo di non rompere le scatole la musica cambia.
Una porta chiusa è una porta chiusa. Lo studente stanziale o deve avere dei familiari particolarmente invadenti o altrimenti non può rendersi conto dell'importanza di questa regola. Entrare in uno spazio privato è assolutamente vietato e anche se può sembrare una cosa molto egoistica, basta praticarla per rendersi conto di quant'è piacevole: quando sei fuorisede non c'è nessuna mamma che pulendo ti sposta le cose in modo da non fartele trovare mai più, quindi sei libero di avere il tuo ordine, quell'ordine meraviglioso in cui solo noi ci ritroviamo. Per preservare la propria e l'altrui privacy è sufficiente bussare alle stanze dei coinquilini, non prendere le loro cose senza permesso o almeno senza un'ottima ragione, evitare di sparare lo stereo nel cuore della notte, cercare di non esagerare col numero e la frequenza degli ospiti, non accendere la tv alle sette del mattino col tg a tutto volume... insomma, normalissime regole che un fuorisede, se vuole sopravvivere, deve imparare in meno di un nanosecondo.
Regole che poi, a lungo andare, condizioneranno in vario modo il suo stesso modo di interagire con gli altri. Tornerà a casa e scoprirà che, quel controllo genitoriale che poco tempo prima non gli pesava troppo, adesso gli sembra una cantilena insopportabile, un’invadenza peggiore di quella dei secondini su un carcerato.
Ma qual’è il vero risultato della convivenza? Quali sono gli effetti più significativi che comporta vivere con altre persone che non sono i tuoi parenti?
È evidente che non si tratta solo di imparare a rispettare delle regole o di iniziare ad apprezzare l’indipendenza che ti dà la libertà, il cambiamento riguarda il modo stesso che una persona può avere di guardare al proprio rapporto con gli altri e con gli oggetti. Se al momento della partenza da casa un ragazzo non ha ancora definito che ruolo hanno le cose nella sua vita (quanto sei geloso della tua roba? Vivi attorniandoti di oggetti? Sono oggetti utili o inutili? Sai prendertene cura? Sai tenerli in ordine? Etc.), allora la convivenza può giocare un ruolo fondamentale nell’acquisizione di una mentalità.
Arrivi in una casa in cui vivi con altre quattro persone. La prima cosa che fai è spandere la tua roba nella tua camera. Sempre ammesso che tu non debba condividere la stanza con un altra persone, rimaniamo all’ipotesi della stanza e del bagno personale: in questo caso puoi disporre la roba come meglio preferisci, ma ben presto ti renderai conto che devi scegliere fra te e le tue cose. Una stanza non è abbastanza grande per contenerle tutte (a meno che tu non abbia già fatto una scelta di vita e, come i monaci tibetani, non abbia deciso di possedere solo sette oggetti), per cui dovrai iniziare a farle uscire dalla tua stanza. Qui si tratta di fiducia: la convivenza sbagliata potrebbe rivelarsi l’esperienza decisiva che ti farà propendere per l’accumulazione di ogni bene terreno.
Se decidi di mettere le tue cose per casa, allora accetti pure che gli altri possano usarle o comunque averci a che fare. Fiducia e condivisione. I cardini dell’esistenza pacifica. Con questo non si vuol dire che ogni fuorisede condivide tutto con tutti, ma solo che le condizioni fisiche in cui di solito ci si trova a vivere smussano molti angoli del nostro carattere. Specialmente se dividi la tua stanza con qualcuno e la casa con tutti gli altri.
Certo, si può vivere soli. Costa un occhio della testa, ma si può. Ma, come molto più probabilmente accadrà, di solito si deve mediare col prossimo anche per buttare l’immondizia o per lavare un bicchiere o per aprire la porta o per pagare una bolletta. In famiglia difficilmente s’impara a mediare come lo s’impara da fuorisede: è sempre un accordo basato sui sentimenti e sull’emotività, perché non puoi mandare la mamma a quel paese o sfrattare tuo fratello o lasciare che tuo padre non ti rinnovi il contratto d’affitto. Da fuorisede si media alla pari, l’emotività è un surplus che può magari aggiungersi col tempo se si diventa amici o nemici, ma di sicuro l’unica dote che serve è la pazienza: se ti tocca uscire con la neve per evitare che quei cattivoni dell’acquedotto vi taglino l’acqua devi farlo, non puoi impietosire nessuno.
Fiducia, pazienza, mediazione. Sarà inevitabile commettere errori, perché tutto il percorso dell’umanità è costellato di errori, ma a ogni errore corrisponde una possibilità di miglioramento. Rimanendo in un’atmosfera ovattata e familiare come quella della casa natia, inevitabilmente, tutto un salutare corredo di sbagli andrebbe perduto e la speranza di diventare persone più aperte e flessibili, capaci di adattarsi e mescolarsi, rimarrebbe una speranza.
Ma perché imparare ad adattarsi e a essere flessibili? La domanda è legittima. Per rispondere devo prima fare un’altra domanda: perché una lingua morta viene definita morta? Viene definita morta non perché sia antica o perché quelli che la parlavano sono morti, viene definita morta perché vive solo nei libri: non può più cambiare, non può più aggiornarsi. E anche se è finita nell’homepage di Facebook rimane una lingua morta.
Imparare ad adattarsi e a essere flessibili significa imparare a cambiare e ad aggiornare le proprie idee, cioè a vivere.